Boccia e con lui Raniero La Valle e altre centinaia di italiani furono protagonisti della storica marcia dei Cinquecento. Pacifisti dall’Italia alla Sarajevo assediata con la convinzione di poter cambiare le cose in un mondo che con la Guerra dei Balcani stava per chiudere un'epoca storica, per sempre. Don Tonino Bello, capofila della spedizione, scrisse nel suo diario di Sarajevo: “Nella città assediata trovammo il trionfo della convivenza delle diversità”.
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La fioraia di Sarajevo e la marcia dei Cinquecento. Incontro con Mario Boccia
Questa è la storia di Svcera. La fioraia di Sarajevo. E' una delle foto simbolo dell’assedio alla capitale bosniaca. L’ha scattata Mario Boccia, fotoreporter italiano. Lui chiese alla donna la nazionalità e il nome. Serba, musulmana o croata? Svcera, la fioraia. La naturalezza che una volta di più riesce a destrutturare l’inganno bellico dell’odio. La fioraia della città assediata che componeva mazzi di fiori di carta, una volta che la follia omicida degli assedianti aveva estirpato gli ultimi fiori di Sarajevo.
Boccia e con lui Raniero La Valle e altre centinaia di italiani furono protagonisti della storica marcia dei Cinquecento. Pacifisti dall’Italia alla Sarajevo assediata con la convinzione di poter cambiare le cose in un mondo che con la Guerra dei Balcani stava per chiudere un'epoca storica, per sempre. Don Tonino Bello, capofila della spedizione, scrisse nel suo diario di Sarajevo: “Nella città assediata trovammo il trionfo della convivenza delle diversità”.
Boccia e con lui Raniero La Valle e altre centinaia di italiani furono protagonisti della storica marcia dei Cinquecento. Pacifisti dall’Italia alla Sarajevo assediata con la convinzione di poter cambiare le cose in un mondo che con la Guerra dei Balcani stava per chiudere un'epoca storica, per sempre. Don Tonino Bello, capofila della spedizione, scrisse nel suo diario di Sarajevo: “Nella città assediata trovammo il trionfo della convivenza delle diversità”.
Alma Catal, la risposta
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| Alma Catal in un frame del documentario Miss Sarajevo di Bill Carter. Foto Radiosarajevo.ba |
Il volto di Alma Catal è la risposta al fondamentalismo che negli anni Novanta avrebbe voluto cancellare la Bosnia Erzegovina multietnica. Era ancora una bambina quando, con coraggio, lucidità, intelligenza e personalità, nel dramma dell'assedio con parole semplici rispose con la più destrutturante naturalezza alle domande e alla telecamera di Bill Carter. La semplicità contro la follia e la strategia dell'odio delle milizie serbo-bosniache. "Sono musulmana, ma vado in chiesa e in moschea. Credo in Dio, c'è solo un Dio". Lo scandì, giovanissima, con una eccezionale padronanza della lingua inglese. Segno di uno stato di salute e avanguardia straordinario della gioventù sarajevese di inizio anni Novanta. La cultura che risponde al razzismo. Paradigma che potrebbe essere facilmente trasportato all'attualità del dramma dei migranti che scappano da guerra e fame in direzione del Vecchio Continente.
"Il rock e il metal ce li hanno insegnati i profughi", di recente un amico croato mi ha raccontato di come le comunità e le città croate, all'inizio della guerra furono estremamente arricchite dalle conoscenze musicali, linguistiche e modaiole dei giovani profughi bosniaci che ospitavano. Scappavano dalla guerra ed esportavano la loro cultura. Parrebbe un ossimoro, invece è un dettaglio poco noto dell'assedio di Sarajevo. La capitale bosniaca nella tragedia emanava una meravigliosa aura culturale, che i serbo-bosniaci di Karadžić avevano voluto simbolicamente annientare con la tragica distruzione della biblioteca nazionale di Sarajevo dell'agosto 1993. Dalle montagne hanno messo a fuoco la città di Sarajevo, ne hanno ferito profondamente l'anima ma non ne hanno cancellato la cultura.
Quel volto, genuino, di Alma è la miglior risposta - in presa diretta - a chi voleva cancellare l'identità, l'esempio vincente di multiculturalità della Sarajevo cosmopolita. Alma, e con lei gli altri giovani sarajevesi assediati, parlava inglese, cantava gli Ace of Base, il pop europeo e il rock americano all'interno di un'automobile sventrata dai mortai e mostrava indice e medio alzati alla telecamera di Bill Carter. Con il passare del tempo della città assediata il suo umore cambiò, il suo viso passò da quello coraggioso e spensierato di bambina a quello preoccupato e disincantato dell'adolescente cresciuta troppo velocemente. Il documentario la segue. Lei sopravvive. Oggi è adulta, vive a Sarajevo e (naturalmente) insegna inglese.
"Is there a time for first communion. A time for East 17. Is there a time to turn to Mecca. Is there time to be a beauty queen". Versi poetici nella canzone Miss Sarajevo degli U2, ma la vera poesia è Alma. La risposta.
(Di seguito due brevi documentari di Bill Carter che testimoniano il reincontro di Alma con gli U2 ad un concerto a Zagabria)
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